Ho imparato a correre nel buio

Era sabato 26 febbraio 2020 ed io con mia moglie 
 in auto verso Siena , anzi,  verso "Le terre di Siena" gara alla quale tenevo molto . Si era sentito parlare di un virus in Cina ma da queste parti in quel periodo veniva un po' scimmiottato. Basti pensare alle prese per i fondelli del maratoneta cinese che corse 42 km attorno al tavolo della cucina oppure delle immagini di  una Pechino deserta e spettrale. Alla radio notizie preoccupanti arrivavano da Codogno ma ciò che ci stava per investire ancora non veniva percepito. Anche il giorno della gara stessa nessuno si preoccupava più di tanto ma al termine, dopo aver tagliato il traguardo, un po' tutti capirono che si stava per affrontare un momento difficile, diverso e soprattutto inaspettato. Nel pomeriggio le notizie erano sconcertati. Scoprii tramite i social che in Italia furono soltanto due le gare disputate ovvero la Napoli half marathon e per l'appunto Le terre di Siena mentre tutto il resto era stato annullato anche all'ultimo momento. In città l'aria che tirava era davvero pesante. Ricordo che dopo aver tagliato il traguardo mentre percorrevo quei 150/200 metri verso l'hotel bevendo un po' d'acqua da una bottiglietta tossii e ci fu un fuggi fuggi generale. Il podista era già un untore nella testa della gente dato che il caso tanto discusso di quelle ore trattava proprio di un podista in terapia intensiva e di un focolaio probabilmente innescato in una gara. Il ritorno a casa e la consapevolezza che stavamo per affrontare qualcosa più grande di noi. Di giorno in giorno di settimana in settimana tutto precipitava. Ci sono cose più importanti dello sport e del running ma tutti guardavamo i nostri interessi dato che limitazione dopo limitazione ogni giorno era sempre peggio. Tre mesi prima, non ricordo bene per quale motivo, mi regalai un tapis roulant con l'unico intento di correrci sopra nelle serate invernali di pioggia. Arrivò il lockdown a metà marzo ed i morti di Bergamo. La Lombardia in ginocchio e tutti chiusi in casa. Furono attimi davvero surreali. La vita però non si ferma e chi derideva il famoso maratoneta cinese si ritrovò a cantare nelle terrazze e magari correrci anche lunghe distanze avanti e indietro. Io avevo il mio tapis roulant che girava parecchio in quel periodo. Io, podista dal 2001, abituato a correre minimo 60 km alla settimana ci davo dentro parecchio sopra al tappeto ma la domenica mi stava stretto. Solitamente corro minimo 21 km la domenica e correrli sopra ad una macchina con un tappeto che gira davvero non mi entusiasmava. Dall'web intanto video di podisti rincorsi da elicotteri della polizia e scene nei parchi cittadini dove anche chi non faceva sport dai tempi dei giochi  della gioventù usciva per riscoprirsi atleta o forse è meglio dire per prendere l'occasione per uscire. Ne conseguì che il podista fu eletto untore ad honorem con tutti gli indici dei benpensanti ignoranti di quartiere, che magari andavano al supermercato 10 volte al giorno oppure dal tabaccaio ogni santo giorno, additati e insultati o ripresi in quanto colpevoli dell'aumento dei contagi. Umanamente fu un momento davvero basso. Io vivendo in un paesino molto piccolo a ridosso delle colline trevigiane molto famose per il Prosecco DOCG e da qualche anno patrimonio Unesco dell'umanità avevo pensato che almeno la domenica avrei potuto correre all'aperto e sfogare un pochino di stress. 21 km attorno al borgo dove vivo niente di più e senza fare il mega giro collinare. Ricordo che la prima volta uscii verso le 6:30 di mattina con l'alba che sembrava dare vita a tutto. Diede vita anche a molti che dal balcone o dal terrazzo inveivano contro manco fossi stato al Central Park in mezzo a 20.000 persone. Era inutile seguire le regole del DPCM sullo sport all'aperto perché la gente aveva bisogno di prendersela con altra gente. Fu così che decisi di mettere la sveglia alle 4 di mattina la domenica per uscire lontano dagli occhi di chi filmava o fotografava mentre si  praticava sport a 500 metri da casa. "NE USCIREMO MIGLIORI " sui cartelli appesi terrazze "ma migliori di cosa?" mi chiedevo. Uscivo in piena notte e senza lampada pettorale. Ero ossessionato dalla paranoia che qualcuno mi vedesse. Mi sentivo come un ladro che scappava dopo un furto in un negozio mentre stavo solo correndo da solo in mezzo alle vie limitrofe a casa mia in un paesino di 3000 anime. Giri su giri manco fossi un criceto ma i miei 21 km alla fine li portavo a casa. Ricordo che alle 6 ero già sul divano ad aspettare che venisse sera. Che tristezza!!! Intanto il lockdown proseguiva e anche nel mese di aprile la stessa storia. I decessi continuavano ad essere tanti ma i contagi diminuivano. Era già una buona notizia. Io continuavo a smadonare sopra al tapis roulant durante la settimana mentre la domenica mettevo ancora la sveglia alle 4 e via. Sempre 21 km e sempre con la sensazione di essere un delinquente. Nel buio della notte e senza luci. Ho imparato a correre nel buio in quel periodo ma il buio non era solo un fattore dettato dall'assenza di luce. Correre nel buio significava anche correre in un momento di sconforto, correre la sera dopo aver affrontato una giornata lavorativa pessima oppure in una sera dove gli stimoli erano meno. Ho imparato a correre nel buio della mente. La mente di chi urlava dai balconi che dovevi stare casa salvo poi andare a piedi ogni giorno dal tabaccaio per prendere un pacchetto di sigarette alla volta perché ognuno durante il lockdown ha guardato solo i c@zzi suoi cercando un capro espiatorio. L'importante era poter dire:"non sono stato io". Poi il lockdown finì ma ad oggi ancora non ne siamo usciti. Io intanto continuo a correre nel buio perché alla fine non si sa mai!

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